mercoledì 13 gennaio 2010

Angela Napoli - Isolata dal mio partito per le mie idee

Intervista – La parlamentare denuncia da tempo i rapporti tra la politica e la ’ndrangheta in Calabria. In vista delle elezioni regionali la criminalità «sta già spostando le proprie pedine». E c’è chi, tra i suoi, trama nell’ombra per ostacolarla


Di Pietro Orsatti su Terra

Il deputato del Pdl Angela Napoli non ha mai nascosto un alto grado di indipendenza anche dal proprio schieramento politico. Membro della commissione antimafia, subito dopo l’attentato alla procura generale di Reggio Calabria e ai fatti di Rosarno, ha denunciato il livello di degenerazione della politica calabrese.

Lei ha denunciato subito l’aspetto “politico” sia per quanto riguarda l’attentato di Reggio che su Rosarno. Può spiegarlo meglio?

Come sempre ad ogni campagna elettorale la ’ndrangheta sceglie e cerca di andare là dove c’è odore di possibile vittoria. È già emerso dalle numerose inchieste giudiziarie che la ’ndrangheta in Calabria è presente un po’ ovunque, dalla pubblica amministrazione alle istituzioni, là dove si decide, là dove si gestiscono appalti e affari. È quindi chiaro che siccome ci lasciamo alle spalle un’amministrazione regionale inefficiente, e si presuppone che lo scontento dei cittadini sposti il consenso elettorale verso il Pdl, la ’ndrangheta sta facendo di tutto per spostare le proprie pedine.

A Rosarno il piano “popolare”, a Reggio però si innesca un livello molto più pericoloso, che guarda ad altri poteri. Non è un mistero che si parli sempre più spesso di relazioni fra clan e logge deviate.

È vero che ormai la ’ndrangheta ha moltiplicato le strategie più disparate per accrescere e consolidare il proprio potere, accedendo ad ambienti borghesi e perbenisti, entrando e pesando anche all’interno di ambienti massonici. Sempre più spesso l’appartenente delle cosche si presenta in maniera differente, ci sono laureati che accedono a ambienti e professioni e livelli prima condizionabili solo dall’esterno. Si tratta di ambienti borghesi e perbenisti in cui ormai la ’ndrangheta è penetrata. La ’ndrangheta che dovrebbe preoccupare di più in questo momento è quella che è riuscita ad inserirsi in tutti gli ambiti professionali.

Questo tipo di strategia dovrebbe richiedere un profilo militare basso. Come si interpreta, allora, l’attentato a Reggio?

Da una parte c’è una contraddizione, ma non so fino a che punto. Perché bisogna andare a vedere quali siano i processi in corso anche d’appello. Quindi se ci sono coinvolgimenti di colletti bianchi, di quelle aree grigie dove la ’ndrangheta si è insinuata. Bisogna andare a vedere anche a chi sono stati sequestrati, per esempio, i beni. E poi bisogna capire bene quali siano i messaggi che si è voluto inviare con la bomba alla procura generale. E a chi.

Anche che ci fosse una donna nel commando che ha fatto l’attentato è un segnale?

La presenza di una donna in un gruppo di fuoco sarebbe davvero una rivoluzione per la ’ndrangheta.

Le posizioni che ha assunto in questi giorni le stanno creando problemi con il suo partito?

Si. Sicuramente si è creato un processo di isolamento politico. E poi manovre da parte di qualcuno, che naturalmente non appare, per contrastare la mia attività. Su questo non c’è dubbio.

martedì 12 gennaio 2010

Wind passo e chiudo di Piero Orsatti

Intercettazioni Dopo Telecom, stop anche all’inchiesta sul secondo gestore telefonico. Le indagini sul responsabile Security Salvatore Cirafici dal Tribunale di Crotone a quello di Roma. Il lavoro del pm Bruni rischia di andare disperso
di Pietro Orsatti su Terra

Diventa sempre più vasta e intricata la vicenda che vede coinvolta la Wind, o meglio il responsabile della Security del gestore telefonico Salvatore Cirafici. Ex ufficiale dei carabinieri prima di dedicarsi all’attività della sicurezza privata, indagato nel corso dell’inchiesta “Why Not” della Procura di Catanzaro, con un’ampia rete di rapporti politici, istituzionali e imprenditoriali, per alcune settimane agli arresti domiciliari su richiesta del pm di Crotone Pierpaolo Bruni con l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio, favoreggiamento e minacce nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Crotone su presunte irregolarità nella realizzazione di alcune centrali elettriche. Gli arresti domiciliari sarebbero stati revocati dal Tribunale del riesame, presieduto da Adalgisa Rinardo, disponendo, per Cirafici, solo l’obbligo di dimora nel comune di residenza. Non solo, il presidente Rinardo ha trasmesso gli atti alla Procura di Roma. Un procedimento che lascia perplesso più di un osservatore, anche perché la Procura di competenza sarebbe dovuta essere quella di Salerno e non quella della Capitale.

Questo dettaglio del provvedimento del Tribunale del Riesame ha riportato alla memoria la “liquidazione” sia dell’inchiesta “Why Not”, condotta dall’ex pm Luigi De Magistris, che l’azzeramento della Procura di Salerno nella fase successiva, ovvero quella della cosiddetta “battaglia delle procure”, avvenuta solo pochi giorni dopo che i magistrati campani avevano iniziato a indagare sull’ex capo della Procura di Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone, il presidente del Tribunale del riesame, appunto, Adalgisa Rinardo, l’ex procuratore generale di Catanzaro Dolcino Favi (che aveva avocato a sé l’inchiesta “Why Not”). E non solo. Tra le persone finite sotto inchiesta ci sarebbero state anche il vicecapo degli ispettori del ministero della Giustizia Gianfranco Mantelli, il senatore di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, e l’ex governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti. Il risultato di quella vicenda fu il trasferimento ad altri uffici o l’uscita dalla magistratura della maggioranza dei pm (procuratore capo in testa) di Salerno, la fine della carriera come pm di De Magistris, e, soprattutto, lo sventramento delle inchieste del pm di Catanzaro, “Why Not”, “Toghe Lucane” e “Poseidone”, in un numero incredibile di stralci e micro filoni.

E proprio uno di questi filoni secondari di “Why Not”, quello delle centrali elettriche, è finito sulla scrivania del pm di Crotone Bruni e ha condotto all’arresto del capo della sicurezza Wind, Cirafici. Cirafici che, a quanto risulterebbe ai pm, era ossessionato dal sapere prima come stessero andando le inchieste condotte proprio da De Magistris e poi nell’avere informazioni su quello che invece stava scoprendo Bruni. Oggi, invece, con la decisione presa dal presidente del Tribunale del riesame Adalgisa Rinardo, l’inchiesta sulle irregolarità della Security Wind è stata letteralmente strappata dalle mani di Bruni. E in molti temono che l’inchiesta, che per la potenziale pericolosità delle implicazioni di quello che era finora emerso aveva spinto addirittura il pm a informare la Direzione nazionale antimafia, finisca in un nulla di fatto.

La pericolosità di quello su cui stava indagando Bruni è facile da individuare. Fra le varie irregolarità di cui è accusato Cirafici, questo emerge dall’inchiesta della Procura di Crotone, c’era quella di aver creato un sistema di utenze telefoniche coperte, non inserite in elenco, non individuabili, non rintracciabili. E a quanto sembra non si trattava di poche schede, ma di più di duecento. Che, secondo l’accusa, erano distribuite a esponenti della politica, degli affari e delle istituzioni. Al centro dell’inchiesta Wind troviamo le rivelazioni rilasciate al pm di Crotone Pierpaolo Bruni dal maggiore dei carabinieri Enrico Grazioli che durante le inchieste di De Magistris a Catanzaro ricopriva funzioni di polizia giudiziaria. Proprio indagando su di lui, intercettando le sue utenze (il provvedimento era motivato da un’indagine su rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento in merito all’inchiesta “Why Not”), è emerso, secondo l’accusa, il ruolo del capo della Security Wind, accusato di aver rivelato proprio al maggiore Enrico Grazioli che era intercettato. Ricevendo in cambio favori e in particolare informazioni sia sullo stato delle indagini portate avanti dal pm Bruni, sia per avere novità sulla riapertura degli stralci di “Why Not” e delle inchieste condotte per conto della procura da Gioacchino Genchi sulle utenze Wind “coperte”, ovvero fuori elenco, che proprio a Cirafici facevano riferimento.

Quando Grazioli viene interrogato per la prima volta, Salvatore Cirafici (siamo fra settembre e ottobre scorsi) viene a saperlo, e comincia a fare pressioni sul maggiore. «Sono fortemente preoccupato ed intimidito in particolare da Cirafici – dice ai pm l’ufficiale dei carabinieri – perché avverto l’esistenza di un sistema che sento troppo grande, più grande di me, costituito da trame occulte e da soggetti anche molto potenti, che hanno tramato e tramano contro di me. Non nego di essere fortemente preoccupato per la mia incolumità fisica». E non solo: il maggiore Grazioli racconta anche quali fossero le preoccupazioni di Cirafici dopo la riapertura di pezzi dell’inchiesta Why Not da parte della procura di Crotone. «Fu il Cirafici a farmi visita a Catanzaro – spiega Grazioli -, dove più volte mi manifestò il disappunto e la sua ira, poiché erano emersi dei contatti, nelle consulenze di Genchi, tra lui Cirafici, il senatore Pittelli, il generale Cretella e altri soggetti – anche istituzionali – dei quali ora non ricordo i nomi». Di che cosa aveva paura Salvatore Cirafici? «Il timore paventato dal Cirafici – prosegue Grazioli – era determinato dal fatto che lo stesso Cirafici aveva – a cagione del suo ruolo presso la Wind – la disponibilità di schede telefoniche Wind “non intestate” e non riconducibili ad alcuno».

Ma è nella chiusura dell’interrogatorio a Cirafici del 20 ottobre scorso, secretato fino a quando è stato depositato al Tribunale del Riesame, che emerge una dichiarazione inquietante. Lo stesso Tribunale che il 30 dicembre poi ha dichiarato la procura di Crotone incompetente, scippando di fatto l’inchiesta al pm Bruni e trasferendola a Roma. In chiusura del verbale si legge: «L’ufficio dà atto che, nel corso della verbalizzazione, il presente Maggiore Di Santo ha percepito l’affermazione che segue e per come proferita dal dichiarante (ovvero una conversazione fra Cirafici e la sorella del maggiore Grazioli, Maria Stella, ndr): “stai tranquilla, abbiamo Ganzer”». Il riferimento sarebbe al generale Giampaolo Ganzer, attuale capo dei Ros, il Reparto operativo speciale dei carabinieri. E si aprirebbe un altro scenario ancora più complesso.

domenica 10 gennaio 2010

ANGELA NAPOLI: Un depistaggio dopo la bomba ai PM

La calabrese Angela Napoli è una mosca bianca del Pdl. Sul suo conto, per intendersi, i berluscones più forsennati dicono «è inaffidabile». Rigorosa, troppo rigorosa: ergo, inaffidabile. È una finiana, naturalmente, ma fuori dalle nuances del Pdl è molto di più. Da cinque legislature, seduta in commissione Antimafia, fa la guerra alla ’ndrangheta e alla mafia in genere. Denunce e appelli che le hanno portato in dote due macchine di scorta che la seguono da sette anni. Giorni fa, ad Annozero, non ha avuto dubbi nell’avvertire come la criminalità organizzata sia in piena attività per garantirsi posti in consiglio regionale. Così, adesso, se le si chiede che idea si è fatta di quel che sta accadendo a Rosarno, non ci va leggera.

Ha notato la coincidenza rispetto alla bomba scoppiata meno di una settimana fa a Reggio?
«I disordini sono cominciati in contemporanea con la seduta del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza a Reggio. Se è una coincidenza, non può passare inosservata. Non può non far pensare a interventi di depistaggio da parte della ’ndrangheta».

È andata a Rosarno?
«No, ma ho seguito costantemente cosa accadeva. E valutando gli atti intimidatori dai quali era partita la protesta, ho capito che doveva esserci senz’altro l’intervento della mafia. È chiaro è stata una provocazione: una provocazione consapevole della reazione ci sarebbe stata.

Un diversivo, lei dice.
«Un possibile depistaggio rispetto all’attenzione su Reggio dopo l’esplosione dell’ordigno alla Procura generale: per portare altrove le indagini e il controllo».

Qualcuno dice che quella potrebbe essere la risposta alla svolta positiva che c’è stata negli ultimi ptempi negli uffici giudiziari.
«Nell’ultimo anno c’è effettivamente stata un’attività encomiabile da parte della Procura, ma soprattutto da parte dell’organico della Dda reggina. C’è una grande attività di contrasto alla malavita, una maggiore attenzione dal punto di vista processuale e investigativo».

Ad Annozero lei ha lanciato l’allarme sul rischio che il consiglio regionale che si va ad eleggere sia infiltrato.
«Occorre premettere che l’attuale, quello che sta per scadere, è il consiglio regionale più inquisito d’Italia».

Quanti sono?
«Non so, ma c’è tutt’ora gente in galera. Io stessa, nella scorsa legislatura, avevo chiesto lo scioglimento del consiglio. E ora leggo che diversi consiglieri dell’attuale maggioranza tentano di migrare».

Per essere ricandidati nel Pdl e liste collegate?
«C’è per esempio Cherubino, che ha lasciato lo Sdi per i socialisti di Mancini. La Rupa, rinviato a giudizio per voto di scambio, in transito verso il Pdl. Morrone, già assessore con Loiero e rappresentante del vecchio sistema clientelare. Tripodi, tutt’ora indagato, ex Udeur ora Udc. Poi, tra i papabili per le liste, ci sono amministratori dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa».

Ma non sono condannati.
«E questo li rende candidabili. Eppure, se questi amministratori sono citati nelle relazioni d’accesso come responsabili di atti che hanno portato allo scioglimento, mi sembra che almeno questo giro dovrebbero restare fuori. Soprattutto in questo momento di sfida della ’ndrangheta verso lo Stato».

La mafia che vuole sedere in consiglio regionale, dice lei.
«Vuole continuare a farlo».

Conservazione dell’esistente?
«Con l’aggravante della nuova strategia: quella della ’ndrangheta vestita di nuovo, fatta anche da gente laureata e quindi in grado entrare direttamente in politica. Persone che cercano di andare laddove si può vincere. E che contribuiscono di fatto a determinare la vittoria».

Qualcuno che faccia qualcosa?
«Non c’è, secondo me, coscienza da parte dei partiti politici: mirano al risultato, non alla qualità del consenso. Devo dire però che una voglia di pulizia comincia ad esserci, ma serve in citamento da parte della società civile. Tanta gente mi dice “grazie per aver avuto il coraggio di dire quello che tutti sappiamo”».

Già, ma nessuno parla.
«Perché non si sentono protetti. Il sindaco di San Lorenzo del Vallo oggi ha ricevuto una lettera minatoria perché aveva chiesto pulizia nelle liste. Trovare le forze non è facile».

Mandano bossoli anche a lei?
«No, con me usano tecniche diverse. L’isolamento. Minacce larvate che sono comprensibili solo per chi conosce determinati usi. Come le querele. O le richieste di chiusura di Annozero dopo la mia intervista. Ce n’era una ieri sulla Stampa».

E lei si sente isolata?
«Non c’è dubbio. Isolata dall’ambiente politico. Proprio perché sono considerata troppo intransigente. Non avrebbero gradito nemmeno la mia ricandidatura. Ma tant’è».
10 gennaio 2010

venerdì 8 gennaio 2010

La magistratura immobile e complice e il senso dello Stato

Sono passati circa due anni da quando, quale magistrato in servizio alla Procura di Catanzaro, mi sono state sottratte illegalmente indagini che avevano ad oggetto gravi reati commessi da politici, persone ricoprenti ruoli apicali...




...all’interno delle Istituzioni, imprenditori, professionisti vari.
Le attività investigative riguardavano – nell’ambito della gestione illegale del denaro pubblico in Calabria – i rapporti tra massonerie deviate e politica, tra crimine organizzato e istituzioni. Il grumo di potere che soffoca nel crimine una Regione del Sud.
In quegli anni difficili le attività di ostacolo e di interferenza al lavoro svolto non provenivano solo dall’esterno (dalla politica, dal crimine organizzato, da pezzi deviati delle Istituzioni),maanche e per certi versi soprattutto dall’interno dell’ordine giudiziario. Pressioni ed intimidazioni messe in atto da magistrati che hanno violato la legge e commesso crimini. In virtù di tali gravissimi fatti da parte di un collaudato sistema criminale operante soprattutto in Calabria si avviarono diverse indagini da parte della Procura di Salerno.
Le indagini di quell’Ufficio vennero dirette da alcuni magistrati onesti, capaci e coraggiosi.Hanno accertato che nei confronti del mio Ufficio venne messa in atto una pervicace attività criminale proveniente da settori della politica, da magistrati, professionisti e pezzi delle istituzioni. Un intreccio criminale senza precedenti.
È tutto negli atti, in quei documenti che dovevano essere poi sviluppati con celerità e condurre alla verità. Il percorso della giustizia è stato interrotto da chi doveva essere dalla parte dello Stato. Quei magistrati avevano nella loro disponibilità indagini devastanti per i poteri criminali che dominano in Calabria da anni. Documenti, testimonianze, atti, indizi, prove. Uno scenario impressionante per la politica, la magistratura, le istituzioni.
Credo il più grande scandalo politico-giudiziario che abbia mai coinvolto la Calabria. Come non hanno capito quegli ingenui magistrati che li avrebbero fermati, ad ogni costo. Hanno utilizzato il tritolo della carta da bollo di cui sono molto abili i legulei del potere costituito. Hanno messo in atto il prodotto del laboratorio tanto caro a quella parte della magistratura che desidera stare con il potere, con i più forti, per poi trarne benefici nell’interesse particulare e non generale.
I peggiori nemici dell’indipendenza dei magistrati.
La magistratura italiana è a conoscenza da anni che in Calabria vi sono incrostazioni giudiziarie, collusioni, una grave emergenza morale. Quante volte magistrati anche noti, paladini della falsa moralità, sostenevano questi argomenti, ma solo per comodità salottiera, fino a quando non sono stati coinvolti i poteri che loro non osavano contraddire.
Alcuni di questi hanno fatto anche la loro carriera al CSM, magari celebrando la questione morale,ma senza mai brillare in azioni concrete per affrontarla laddove ve ne era bisogno.
Hanno contribuito a produrre un mortale isolamento proprio di quelli che avrebbero dovuto aiutare.
Nonostante questa consapevolezza diffusa è accaduto che i magistrati che hanno indagato per ripristinare un po’di legalità nella cosa pubblica in Calabria sono stati spazzati via da settori dell’ordine giudiziario che hanno agito in piena sintonia con i poteri forti, realizzandosi un intreccio tra magistratura e poteri intollerabile in un Paese in cui ci battiamo per difendere l’indipendenza e l’autonomia dell’ordine giudiziario.
La violenza morale esercitata nei confronti di servitori dello Stato ha prodotto la mia forzata uscita dall’ordine giudiziario e l’esilio di altri magistrati. Collaboratori, appartenenti alla polizia giudiziaria e testimoni distrutti solo per aver reso servizi di giustizia. Hanno ucciso aspettative e speranze di migliaia di persone.
Possiamo più credere che venga resa giustizia? Il potere illegale ha prodotto effetti devastanti che peseranno in Calabria per i prossimi decenni. A fronte di ciò, l’altro lato della stessa medaglia ci mostra magistrati indagati per fatti gravissimi, perquisiti con contestazioni di collusioni senza precedenti, artefici di condotte che avrebbero dovuto produrreun immediato loro allontanamento quanto meno dalla Calabria, che sono ben saldi al loro posto. Esercitano funzioni giudiziarie, continuano indisturbati nella loro attività, magari garantiscono gli stessi equilibri criminali.
Uno scandalo che si consuma nel silenzio complice di chi avrebbe il dovere istituzionale di intervenire.
Una vergogna senza precedenti, resa ancor più nauseante da un oblio diffuso e tipico del vizio della memoria.
A due anni da quegli eventi che hanno segnato per sempre la vita di tante persone che cosa ci resta nella mani, nel ricordo, nelle sensazioni, nel cuore, nella mente? La polverizzazione di inchieste scomode ai poteri; l’insabbiamento di fatti giudiziari; la distruzione di servitori dello Stato; il mantenimento nei loro posti degli artefici delle deviazioni di Stato.
Non si devono dimenticare tutti coloro che hanno creduto nella giustizia ed hanno operato in modo ostinato nella direzione della verità e nello stesso tempo è necessario mostrare lo sdegno più profondo per quei pezzi delle Istituzioni che hanno offeso la dignità dello Stato.


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lunedì 4 gennaio 2010

IL POPOLO DELLA MERITOCRAZIA: LA MOGLIE DI TOSI TRIPLICA LO STIPENDIO E QUELLA DI BONDI DA PRESIDE AL CONSOLATO DI NEW YORK!

Che cosa non si fa per una donna: Stefania Villanova è la consorte del sindaco di Verona Flavio Tosi. Nel 2007, poco dopo l'elezione del marito, venne promossa, senza concorso e senza laurea, da semplice impiegata a dirigente nel settoreSanità. Lo stipendio balzò da 25 mila euro lordi l'anno a 70 mila. Ma chi era l'assessore regionale alla Sanità fino a poco prima? Il marito. E chi era il successore, autore della promozione? Francesca Martini, attuale sottosegretario alla Sanità, leghista e veronese pure lei. Il consigliere regionale del Pd Franco Bonfante scrisse allora che "la promozione della signora Tosi sarebbe stata la contropartita per la rinuncia del marito a correre per la carica di segretario regionale della Lega in Veneto". La signora querelò il consigliere, ma pochi giorni fa il Tribunale di Verona ha disposto l'archiviazione.

Febbrile eccitazione invece al Consolato Generale d'Italia a New York. Arriva il nuovo esperto Culturale. E' Gabrilella Podestà, l'ex moglie del Ministro Sandro Bondi. L'ultima posizione ricoperta: Preside di un liceo scentifico a Salò. Un bel salto. E' il Popolo della Meritocrazia, del fare.
Go Bananas!

mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale


mercoledì 25 novembre 2009

I beni mafiosi all'asta: intervista ad Angela Napoli

Angela Napoli avverte sul "rischio prestanome". Si vanificherebbero i risultati
I beni dei mafiosi all'asta:
attenti ai tentacoli della piovra...
di Federico Brusadelli

Per “fare cassa” si rischia di perdere un patrimonio molto più importante. Quello della credibilità nella lotta alla mafia. L’avvertimento lo lancia oggi, intervistata dal Secolo d’Italia, Angela Napoli, parlamentare del Popolo della libertà, membro della Commissione antimafia e da sei anni sotto scorta (tanto per dimostrare che, nella guerra alla criminalità organizzata, dice e fa cose “importanti”). Ecco la proposta in questione: mettere all’asta i beni confiscati ai mafiosi. Facile pensare che, come funghi, spunterebbero i prestanome, e i beni tornerebbero nelle mani di Cosa Nostra. Negare la possibilità che ciò accada, dice la deputata, sarebbe «una pia illusione». E, oltretutto, quale privato si comprerebbe, tanto per fare un esempio, la casa di Totò Riina? Non sarebbe un buon affare, in fin dei conti…

Per questo, Angela Napoli ha avanzato la proposta della cancellazione dell’emendamento in Commissione Giustizia. Ma i suoi colleghi l’hanno bocciata. E lei adesso ci riprova, in Commissione Bilancio. Anche perché, al di là del lato “pratico” della questione, c’è un importante aspetto simbolico (tutt’altro che secondario, in uno scontro che anche di simboli si nutre). «Se la villa del mafioso diventasse una caserma, sarebbe un messaggio potentissimo, e rappresenterebbe un monito. È come dire: qui lo Stato ha vinto, qui comanda lo Stato». Sarebbe un segno visibile e concreto dell’avanzata, anche “fisica”, delle istituzioni in un conflitto che, fondamentalmente, si gioca proprio sul controllo del territorio.

Un’idea che lascia quantomeno perplessi, insomma. E dispiace che tale allarme sia rispedito al mittente, quasi con sufficienza. A maggior ragione perché – come ci tiene a sottolineare Napoli – «il governo Berlusconi sta facendo cose importanti nella lotta alla mafia». E il valore e la quantità dei beni confiscati sono aumentati negli ultimi anni: il ministro Maroni ha parlato di immobili sequestrati per più di cinque miliardi di euro.

Proprio il titolare del Viminale ha voluto tranquillizzare quanti sollevano questi timori. A vigilare sulla regolarità delle aste, e a certificare la distanza dei compratori dal mondo della criminalità organizzata, sarebbero i prefetti. Ma non basta a rassicurare l’onorevole Napoli, che ribatte: «Senza nulla togliere alla serietà dell’organismo di controllo, si tratta di paletti facilmente aggirabili: basta «un prestanome incensurato ad assicurarsi l’asta» E se a questo si aggiunge che «una delle attività preferite per il riciclaggio del denaro sporco sono le aste dei tribunali fallimentari», si capisce che il rischio che, attraverso qualche tentacolo più o meno visibile, la mafia rientri in possesso di ciò che le è stato tolto, c’è. E, purtroppo, è un rischio troppo concreto per permettersi di rischiare.

25 novembre 2009