domenica 15 novembre 2009

Intervista a Don Luigi Ciotti

di Sara Strippoli - 15 novembre 2009
Don Luigi Ciotti spiega il suo sì all´iniziativa di Saviano: "Questo disegno di legge è un inganno".



Questa legge e la decisione di vendere i beni sequestrati alla mafia, segnali che hanno una radice comune.
Conservo un documento dei vescovi del ´91: dice che non si deve obbedire all´ingiustizia né rendersene complici.

Torino. «Questo è un attentato, o meglio sono due: al principio di legalità e di uguaglianza. Quello di Saviano è un appello giusto, puntuale, necessario. Non posso che aderire, perché mai come in questo momento serve che si passi al "Noi", ognuno deve assumersi la sua responsabilità secondo la propria competenza». Don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e dell´associazione Libera, sottoscrive la lettera di Roberto Saviano a Berlusconi perché sia ritirata la legge sul "processo breve".

Don Ciotti, Saviano si definisce uno che rappresenta solo se stesso, uno scrittore. Lei è un sacerdote. Perché pensa che questo invito debba coinvolgere tutti?
«Conosco Roberto, la sua passione, la sua generosità. In realtà mi piacerebbe che si arrivasse ad un punto in cui appelli come questo non fossero più necessari. Se ci fosse davvero un "Noi" tutti si sentirebbero corresponsabili e gli appelli sarebbero inutili. Io sono un sacerdote e come riferimento ho il documento dei vescovi del 1991, nel quale si chiarisce quello che non si deve fare, cioè obbedire all´ingiustizia e rendersene complici direttamente o per superficialità o ancora per indifferenza. Parlo dunque anche alla mia coscienza di sacerdote oltre che di cittadino. In questo caso è in gioco anche la nostra dignità. Le associazioni di Libera collaborano a progetti importanti con tutte le istituzioni, di ogni colore. Da parte nostra non ci sono pregiudizi nei confronti del governo, ma il nostro è un servizio e non servilismo, in qualche caso servono critica e denuncia».

Lei parla di attentato alla legalità e all´eguaglianza. Ci spiega a quali situazioni concrete pensa nella sua esperienza di presidente di Libera?
«Il titolo di questo provvedimento è "misure a tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi". Se questa è l´idea siamo d´accordo, siamo tutti convinti della necessità di arrivare a processi rapidi. Il punto però è che per ottenere questo scopo si devono dare strumenti adeguati, mezzi e personale, come chiedono i magistrati. Invece quello che è stato proposto è un inganno. Un attentato alla legalità perché inserisce una scadenza alla possibilità di accertare la verità, anziché fornire gli strumenti per accelerare i processi. E all´uguaglianza perché stabilisce circuiti diversi, quello per i supergarantiti, che ha un termine, e quello destinato invece alla criminalità di strada, al traffico illecito di rifiuti, agli infortuni sul lavoro. Processi che non hanno un limite. Due percorsi di giustizia, inaccettabile».

Lei ha annunciato battaglia anche sul ritorno alla vendita dei beni confiscati alla mafia. Pensa che i due provvedimenti siano intrecciati?
«Sono segnali che hanno una radice comune. In questo caso si va contro al desiderio espresso da un milione di italiani che nel 1996 avevano espresso la loro opinione. I boss sono interessati a tornare in possesso di quei beni e lo hanno dimostrato. Ci batteremo per questo, così come lotteremo perché il denaro liquido vada ai familiari delle vittime e ai testimoni di giustizia».

Quale invito aggiungerebbe alla lettera di Saviano?
«Faccio un appello anch´io. La politica è chiamata ad un grande atto di coraggio, deve abbandonare la facile strada del consenso o finire schiacciata dalla tutela degli interessi di qualcuno. La strada più difficile da percorrere è quella della giustizia e della verità».

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